Quando la parola “sostenibilità” smette di emozionare, forse è il momento di cambiare lente. O di aprire un libro. Il Premio Green Book nasce proprio da questa urgenza: restituire significato a un termine che, talmente inflazionato, rischia di svuotarsi. In un panorama in cui il dibattito pubblico tende spesso a confinare l’essenziale ai margini, la letteratura si fa quindi bussola, tentando di riportare al centro ciò che conta. I libri della cinquina finalista saranno presentati al pubblico durante il Green Economy Festival, in programma a Parma dal 28 al 30 marzo, dove la riflessione sulla sostenibilità si intreccerà alle voci degli autori e dei lettori.
Non “semplici” saggi scientifici, ma narrazioni che intrecciano scienza, stupore e dati, portandoci a riscoprire un mondo che ingenuamente pensavamo di conoscere. I cinque finalisti del Premio di quest’anno ci guidano lungo percorsi che attraversano mari in mutamento, orbite colme di detriti, piatti che raccontano futuri possibili e invenzioni che la natura ha già sperimentato da millenni.
“Il Mediterraneo è un grande mare chiuso che s’incaglia nei pensieri della gente”, scrive Stefano Liberti, giornalista e scrittore. Il suo “Tropico Mediterraneo” (Laterza) è un diario di bordo, ma anche un atto politico. Racconta un mare che muta e si scalda, diventando teatro di nuove migrazioni, di specie e di uomini. I suoi paesaggi sono in continua trasformazione, cambiano pelle sotto l’urgenza della crisi climatica, e ci restituiscono il senso di una precarietà che conosciamo bene, anche se spesso preferiamo ignorarla. Forse perché temiamo di averne già intuito il finale.
E se la rotta di Liberti segue le onde del Mare Nostrum, Patrizia Caraveo ci trascina addirittura fuori dall’atmosfera. “Lo spazio è diventato la discarica perfetta: grande, silenziosa, senza recinti visibili.” In “Ecologia spaziale” (Hoepli), l’astrofisica racconta con ironia un cielo sempre più affollato di rifiuti. Il suo sguardo sospeso tra astrofisica e sostenibilità ci costringe a fare i conti con una responsabilità che, dalla terra, si proietta oltre. Possiamo dunque considerare ormai passati i tempi in cui lo spazio era l’unica frontiera incontaminata, anche qui, l’uomo è riuscito a lasciare tracce ingombranti.
Cosa accade, invece, quando la sostenibilità si cala nel piatto? L’antropologa Gaia Cottino ci risponde con “Cavallette a colazione”, edito da Utet, portandoci in un futuro in cui si masticano insetti, alghe e meduse. “Mangiare è un atto agricolo, politico e culturale”, scrive, mentre ci invita a spogliarci di “paure ataviche”, anche se forse si tratta di schizzinosità più recente. Il suo è un racconto vivo, ironico, che smonta i pregiudizi e apre finestre su diete tanto antiche quanto contemporanee. E chissà, forse scopriremo che il vero lusso sarà la farina di grilli.
Ma la natura, a volte, insegna senza troppo clamore, suggerendo innovazioni che l’uomo crede di aver scoperto da solo. Giorgio Volpi, chimico e naturalista, con “La natura lo fa meglio (e prima)”, edito da Aboca Edizioni, ci racconta che molte delle nostre invenzioni non sono altro che belle copie fatte a mano. “Molte delle nostre invenzioni più brillanti sono solo note a piè di pagina in un libro che la natura scrive da milioni di anni”, scrive Volpi.
E infine, quando lo sguardo si posa a terra, Paolo Pileri, Professore di progettazione e pianificazione urbanistica al Politecnico di Milano, ci ricorda che “Il suolo non ha voce, ma tiene insieme le nostre storie.” Con “Dalla parte del suolo” (Laterza) ci immergiamo in un mondo invisibile, fatto di radici, funghi e microrganismi che sorreggono il nostro vivere quotidiano. “Il suolo non ha voce, ma tiene insieme le nostre storie”, scrive Pileri. Peccato che, di solito, queste storie finiscano coperte da una coperta di asfalto.
A rendere unico il Premio Green Book è anche la pluralità di sguardi di chi assegna il premio. Il Comitato dei selezionatori, presieduto da Davide Bollati (Davines Group), riunisce figure autorevoli della cultura e dell’impresa. A loro si affianca un Comitato tecnico di specialisti che verifica ogni anno l’idoneità delle opere, in un dialogo tra rigore e visione. Ma il cuore del premio batte anche tra le mani di chi legge: la Giuria dei lettori, composta da 200 membri tra imprenditori, accademici, rappresentanti delle associazioni e giovani studenti, porta la voce della società civile all’interno del premio. Questa riflessione collettiva culminerà sabato 29 alle 15 durante la cerimonia di premiazione che indicherà il libro che, più di tutti, saprà riaprire il dialogo tra noi e la Terra.